Perché la Romagna si chiama così?

Perché la Romagna si chiama così?

Ecco perché la Romagna si chiama così..

PERCHE’ LA ROMAGNA SI CHIAMA COSI’?

Nomina sunt consequentia rerum”: come dicevano i latini, nel nome c’è l’essenza delle cose…

Il termine Romagna deriva da Romània e Romandìola, perciò “Terra di Roma” .
Quando Roma decadde e cominciarono le invasioni barbariche, Ravenna, per la sua posizione sul mare, divenne residenza regale. Ed è a Ravenna che si stabilisce l’Esarcato; ed è l’Esarcato di Ravenna che irradia nell’Emilia tutta la sua forza di resistenza all’invasione dei Longobardi.
La definizione “Romània” data all’Esarcato Ravennate che comprendeva gran parte della Romagna e che si rifaceva all’occupazione romana che due secoli a.C. si sostituì a quella celtica senza però cancellarne le tracce.
Così che oggi il territorio e le tradizioni romagnole conservano le tracce delle due culture.
Come l’esistenza in Romagna di ben tre capodanni.

I tre capodanni:

Quello del primo gennaio, consolidatosi nel Medioevo, si affiancano il capodanno celtico che va dal primo all’11 novembre, festa di San Martino e quello romano del primo marzo, ancora celebrati in varie parti della Romagna.
Si rifà al capodanno celtico ad esempio la preparazione delle “fave dei morti”, dolcetti rotondi variamente colorati, confezionati con i semi di anice esclusivamente tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre.
Sono dolci che si rifanno all’antica usanza di mangiare fave in onore dei morti che tornavano sulla terra proprio dal primo all’11 novembre per “rinnovare il tempo”, cioè chiudere una stagione agricola e propiziarne un’altra.
In questo senso le fave rappresentavano l’inizio della vita e quindi di una nuova stagione essendo un seme e ricordando nella forma un testicolo.
Per lo stesso motivo ancor oggi per San Martino si mangiano castagne e si beve il vino appena spillato, vino rosso o, come si dice in Romagna, vino nero, vale a dire Sangiovese, per esaltare per accumulare calore e vigore che simbolicamente verranno sprigionati nella nuova stagione agricola.
Il capodanno romano del primo marzo è ancora ricordato – soprattutto nella fascia collinare – con il rito del “Lume a marzo”, vale a dire l’accensione di falò nelle ultime tre sere di marzo e nelle prime tre di marzo o solo nella notte di passaggio tra i due mesi.
Il fuoco, grazie al suo potere di purificare, ha il compito di eliminare tutti gli influssi negativi della stagione agricola passata e per la luce ed il calore che emana di propiziare quelle che sta per iniziare.

 

 

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